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Cavalli selvaggi di Cormac McCarthy 

 

Immagine di Marilena Pisciella


Non é un titolo che ci porterà solo ad incontrare animali così splendidi, intelligenti, maestosi e alla fin fine simbiotici o arresi all'uomo.
In esso si racchiude anche un'epoca della vita. Quella giovanile, di noi tutti, con tutte le sue istanze di libertà, istinti e passioni.


Il protagonista e i suoi amici di viaggio sono adolescenti del Texas.
Ma chiunque si può identificare potentemente con essi. Di qualsiasi epoca, sesso ed età. Sì perché é un romanzo senza coordinate epocali e temporali.
Un romanzo di formazione in cui si parte ragazzi e si torna uomini.
Facendo una migrazione al contrario: dal Texas oltrepassano la frontiera del Messico.


Lí i protagonisti si spogliano ma vengono anche spogliati di quel poco di civiltà che avevano con sé e incontrano una Natura fatta di vegetazione, animali, cieli, sentieri, montagne e soprattutto uomini che riscriveranno i loro codici.
John Grady Cole sussurrerà a decine di cavalli, suoi veri compagni in fondo, e li domerà, non senza mai essersi alleato prima a loro.
Sussurrerà alla ragazza alla quale donerà il suo cuore.


Ma Cormac McCarthy come spesso succede nel suo stile asciutto, doloroso e materico, ci ricorderà che a vincere sono i cinismi degli adulti e dei vecchi. Quelli che hanno visto morire i loro ideali e, divenuti vecchi o saliti al potere, non tollerano la giovinezza e il suo selvatico. E perturbano i destino di tutti, profanando l'amore.

Fa dolore il ritorno indietro sul confine con un corpo segnato dalle cicatrici di una vita che non fa sconti a nessuno in fatto di durezza.

Il primo della Trilogia della frontiera che non vorresti mai finire. Meno male che ad attenderci ve ne sono altri due.

Di Marilena Pisciella

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Questa settimana condividiamo con voi un altro romanzo molto potente a tema II Guerra Mondiale e abomini del nazismo e del fascismo. 

Come sempre, vi invitiamo a raccontarci l'ultimo romanzo che avete letto o quello che vi ha tenuto compagnia durante le infinite ore della quarantena. Ricordatevi che non deve essere la famigerata "scheda libro" ma un breve scritto sulle emozioni, i pensieri, le impressioni che il libro vi ha scaturito durante la lettura. 

Grazie a tutti coloro che si lasceranno irretire dai Commenti da quarantena e che, quindi, sperimenteranno sulla propria pelle il lavoro fatto dai detenuti del progetto I Classici dentro e fuori il Bassone!

  

immagine presa da commons wikimedia
Österreich, Wien- Stadtansichten - Annemarie Schwarzenbach

 

  DESTINATARIO SCONOSCIUTO di Katherine Kressman Taylor

 

Quasi tutti abbiamo letto l’Amico Ritrovato, potente affresco dell’amicizia tra due adolescenti, uno ebreo, l’altro tedesco durante il Nazismo. Destinatario sconosciuto, storia di un’amicizia tra due adulti, uno ebreo, l’altro tedesco all’epoca del Nazismo ne è il contraltare perfetto. Ma con diverse particolarità.

La prima è il senso profetico che ti restituisce: se l’Amico Ritrovato è una rivisitazione a posteriori del mondo nazista, scritta nel 1971, Destinatario sconosciuto risale al 1938, quando Hitler era all’apice del suo potere.

La seconda particolarità è la sua natura di romanzo epistolare dalla rapidità sorprendente, al punto che il suo stile ci è subito immediato, familiare e quotidiano: siamo così abituati alla brevità dei Tweet e alla concisione dei post sui social network che ci pare subito scritto oggi e quindi ancor più capace di narrare qualcosa di vicino.

La terza particolarità, ciò che lo rende un piccolo capolavoro, è la perfidia. Oh, sì, Destinatario sconosciuto, è di una perfidia sottile che ti rimane appiccicata addosso. Destinatario sconosciuto ci regala, infatti, la catarsi della tragedia nella maniera in cui meno ce l’aspettiamo. E qui sta forse il contrasto più stridente con l’Amico Ritrovato che, forse, con l’agnizione finale rispecchia più i canoni della commedia.

L’Amico Ritrovato come la commedia ci consola e ci lava le ferite, Destinatario sconosciuto, invece, ci lascia più cattivi e fieri della cattiveria.

di Pietro Cazzaniga

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Nuova settimana di questo strano, stranissimo 2020, nuovo commento su un romanzo da parte di un lettore libro.

Come saprete, il progetto I Classici dentro e fuori il Bassone è ancora fermo perché non ci è possibile ricominciare in carcere neppure organizzare eventi in Feltrinelli. Tuttavia alcuni tra voi hanno deciso di inviarci i loro pensieri riguardo a un romanzo letto durante la quarantena. 

Questa volta il commento ci sta davvero a cuore!

E' stato scritto da un ragazzo (V.S.) che ha partecipato a I Classici dentro e fuori e ora è agli arresti domiciliari. La storia di come questo romanzo è arrivato nelle sue mani ve la vogliamo raccontare: la casa editrice Iperborea ci regalò due anni fa numerosi romanzi stampati da loro. Uno di questi in particolare aveva molto colpito Eletta che lo ha letto l'estate scorsa e, mentre lo leggeva, le era capitato di pensare tantissimo a V.S. per una serie di motivi che capirete leggendo il suo commento. 

Così comprò una copia e gliela inviò per Natale. Durante la quarantena, V.S. ha inviato a Eletta il suo meraviglioso commento di cui pubblichiamo di seguito un estratto, essendo l'originale lungo 8 pagine. 

Rimaniamo in attesa di altri vostri commenti e leggete il romanzo di cui V.S. vi parla perché ne vale davvero la pena!

 

NON MI CHIAMO MIRIAM di Majgull Axelsson

Comincio con il dire che è il libro emotivamente più commovente e uno dei più belli che abbia mai letto.
Non saprei da dove cominciare per descrivere tutte le emozioni che mi ha suscitato questa storia. Non nascondo che nel corso della lettura più di una volta ho pensato di non continuare, per la compassione e la rabbia che provavo nella storia di questa povera bambina, Malika.  
(...)
Con questa storia la scrittrice si è posta il compito di farci mettere nella posizione di Malika o quando meno di riflettere chiedendoci "perché?"

Perché tutti noi abbiamo fratelli, sorelle, figli, nipoti, etc.
E se fosse capitato a noi? o ancora peggio alle nostre sorelle o figli? Solo perché per qualcuno essere una ragazzina Rom era un crimine da pagare con la vita ....
Per me è stato inevitabile pensare a tutto questo, forse anche perché ho una sorella e un figlio dell'età di Malike e del piccolo Didì. E che probabilmente se fossimo nati per sfortuna in quel periodo avremmo fatto anche noi quella fine.
(...)
Ma se ci pensiamo bene, Malika, prima del suo calvario, era una ragazzina che non capiva cosa stava accadendo, della politica, di cosa fosse l'odio razziale. Era semplicemente una normalissima ragazzina, con la spensieratezza di ogni altra bambina di ogni etnia, colore o religione. Ma con l'unica colpa di essere nata Rom. E scoprirà che "Rom" è sinonimo di paura, disprezzo e odio, non solo da parte dei razzisti.


Penso anche che quasi tutti nella nostra vita abbiamo provato i pregiudizi sulla nostra pelle. A me, per esperienza personale essendo Rom, quando ho letto questo libro, mi è venuto in mente di quando anche io da bambino ho fatto i conti con i pregiudizi da parte di altri bambini. In quelle situazioni, a quella età, il senso di disagio e rabbia sono le emozioni primarie, per questo e per la paura di non essere accettato, tanti di noi nascondono di essere rom.
(...)

In conclusione penso sia opportuno ringraziare la scrittrice a nome del popolo Rom nel raccontare il massacro perpetrato verso i Rom che tante volte passa in secondo piano e rischia di essere dimenticato. Con tutto il rispetto per gli Ebrei e tutte le altre vittime, che bisogna sempre ricordare e omaggiare.

Ma finché ci saranno testimonianze come questo libro, anche se è solo una goccia nel mare, però anche una piccola e semplice goccia quando cade, crea delle onde che si propagano. Sperando che possano almeno sfiorare la coscienza e il pensiero di quanti più possibile.

Estratto del commento di V.S. 2020

Valutazione attuale: 4 / 5

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Per la nostra rassegna i Commenti da quarantena, questa settimana condividiamo con voi il contributo di Francesco Danelli, che ringraziamo sia per il commento che per il disegno, che ci parla del romanzo Pastorale americana di Philip Roth. 

Cogliamo l'occasione per ricordarvi che se avete un romanzo che ci volete raccontare, scriveteci a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

PASTORALE AMERICANA - di Philip Roth 

Con Pastorale Americana, Philip Roth ci fa entrare in una realtà americana che assomiglia molto alla realtà italiana degli anni del dopoguerra, dagli anni del boom economico, fino alla fine degli anni ottanta, quantomeno nel milanese.
Mi ricordo benissimo, per quanto mi riguarda dalla fine degli anni cinquanta, del fermento che muoveva la società del dopoguerra. Nella continua ricerca del guadagno, tutti cercavano di diventare imprenditori.

É un romanzo che fa una analisi profonda non solo dei personaggi ma anche della storia degli Stati Uniti d'America nel corso del novecento.
Mette in evidenza l'incapacità degli uomini di levare la propria maschera senza perdere forza e concretezza. Uno spaccato della vita degli anni sessanta/settanta che mostra le illusioni e le speranza, da diversi punti di vista, in un mondo irrealizzabile.

Sono poi da rilevare e prendere in considerazione la disquisizioni su religione e fede politica.
Hanno pienamente ragione di esistere in quanto trascendentali ed esoteriche.
Può essere giustificato un senso di appartenenza che consenta di seguirne le manifestazioni pubbliche, però, quando acquistano un carattere razzista, non possono essere tollerate.
Abbiamo avuto un secolo di contrasto tra l'ideologia socialista e quella capitalista.
Per non so quale caso del destino o, forse, per una serie di ragionamenti e di rilevazioni, sembra che si abbia voluto accantonare questa separazione dell'umanità. Se ci guardiamo attorno però ci sono ancora centinaia di distinzioni razziste. Dalle logge religiose a quelle nazionali e quelle di distinzione del colore della pelle o, addirittura, a quelle del modo di vestire o del modo di parlare.
Senza considerare le logge economiche.
Fa parte della natura umana? Forse si. Però ricordiamoci che più facilmente nascerò a Como da una famiglia cattolica e sarò italiano, a Ryiad da una famiglia mussulmana e sarò arabo, a Brighton da una famiglia anglicana e sarò inglese, a New Dehly da una famiglia di no so di quale religione ma sarò indiano.
Dovremmo considerare che il mondo è una palla rotonda e tutti ci siamo aggrappati se non ci spingiamo via gli uni gli altri e ci aiutiamo a bere un po' d'acqua e mangiare qualcosa ogni tanto.
Dovremo ragionare ciascuno con la propria testa e ricordarsi che abbiamo tutti lo stesso diritto di vivere (purtroppo anche quelli che non la pensano come noi).
Ci riusciremo?

di Francesco Danelli

Valutazione attuale: 4 / 5

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Continuano ad arrivare i vostri commenti su un libro letto durante la quarantena  e per questo vi siamo molto grati. Ci piace che abbiate capito lo spirito di questa nostra iniziativa che cerca di avvicinare ancora una volta il "dentro" con il "fuori".

Avete un romanzo che ci volete raccontare? Scriveteci a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Oggi portiamo alla vostra attenzione il commento di Max Pini, grande sostenitore del progetto I Classici dentro e fuori il Bassone. 

 

IN MEZZO AL MARE – SETTE ATTI COMICI di Mattia Torre

Ho chiuso il libro e ho ripensato al suo autore Mattia Torre. Ci sono autori che credi ti accompagnino per tutta la vita – che li cerchi e loro son sempre lì, si distanziano da te ma poi ritornano.
Mi era già successo con Sclavi, Lansdale, Palahniuk, Serra e mi è successo con Mattia Torre.
Con Mattia ci siamo incrociati diverse volte, i lavori con Valerio Aprea e Giacomo Ciarrapico, la serie Boris, poi diventata anche un film. Non ero fanatico ma stimavo. La prima versione di In mezzo al mare, atti e non racconti. Poi la collaborazione con Valerio Mastrandrea che lui descrive come uno con i piedi piantati per terra; cosa che per altro condivido in pieno; Alessandra si sta guardando proprio Figli, con Mastrandrea e la Cortellesi (donna sovraesposta ma che ho sempre apprezzato), sceneggiatura di Mattia, uscito un po’ dopo, quest’anno. Poi dico del dopo.
Poi c’è Gola è questo (monologo) è stato un coupe de foudre – la facemmo al Gloria in uno show cooking con Peppino Luvrano e Vito Pagliarulo, lo sentii riletto da Fiorella Mannoia, poi da Valerio Mastrandrea; me lo sono sbobinato in tutte le sue versioni l’ho messo in un Kitchen Cabaret.
Poi la collaborazione con Serena Dandini (che seguo dalla TV delle ragazze) in Parla con me. Insomma a me piace Mattia Torre, lo leggo e lo rileggo, mi aspetto un altro monologo e poi un altro e un altro ancora. Sarà perché ci dividono pochi anni di differenza, sarà per la sua magrezza, quel suo modo di sorridere composto. Sarà perché tento (miseramente) di seguire la sua scrittura essenziale, calibratissima.
Mattia era un talento, un talento che allo spettacolo italiano era indispensabile, se ne è andato lo scorso anno – di una malattia della quale lui stesso aveva cercato di riderne nella serie la linea verticale.
Ma io lo cerco ancora e me lo ritrovo in questi setti atti (non racconti) comici, sette racconti per una voce sola, lineari, come mi sono sempre piaciuti i racconti, storie di dissonanze tipiche della natura umana, in cui io (o noi, voi) riusciamo a identificarci, poco o tanto. Perchè Mattia Torre fa la misura, fa la fotografia, reinventa sempre il teatro del mondo; ma attenzione senza compassione, ma con in fondo una bella risata.
Mi mancherà.

Max Pini

 

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