La Giustizia Riparativa

Dal 2017 Katia Trinca Colonel collabora con la Casa Circondariale di Como con un progetto di sensibilizzazione alla giustizia riparativa. Con i detenuti ha condotto per un anno un laboratorio attraverso cui, utilizzando gli strumenti della pratica filosofica, i detenuti hanno potuto sperimentare le basi teoriche e umanistiche della giustizia riparativa fondata su empatia, ascolto, riconoscimento dell'altro, vergogna, fiducia. Nel 2018 ha portato avanti un lavoro di sensibilizzazione con un gruppo di detenuti interessati a un cammino personale di giustizia riparativa.

Che cos'è la giustizia?

Da millenni gli uomini cercano la “Giustizia”, si chiedono che cosa sia e teorizzano l’ordine che essa dovrebbe stabilire. Non esiste una definizione universalmente condivisa di “giustizia” ma sappiamo bene, fin dall’infanzia, cosa siano le ingiustizie. A tutti, nella vita, è capitato di sperimentare l’ingiustizia. Essere accusati di un’azione non commessa, subire un pettegolezzo, o peggio, una diffamazione, essere traditi da una persona cara. In modo più grave, a molti è capitato di essere stati violati nella psiche e nel corpo. Queste ingiustizie subìte generano sentimenti di rabbia, frustrazione, delusione, amarezza che spesso compromettono l’esistenza di chi le vive; nel peggiore dei casi, innescano violenti desideri di vendetta e di rivalsa che non fanno che aumentare la sofferenza, generando altra ingiustizia.

Se consideriamo il modo consueto di “fare giustizia” nelle società civili occidentali, e non solo, vediamo che tale modo si basa su antiche visioni e su valori tramandati da tradizioni culturali e religiose. Alla base di tali paradigmi vi è il concetto di ritorsione: al male subìto si risponde con un male equivalente o raddoppiato. Nel diritto penale tale modello è definito “retributivo”: un modello che, da secoli, ci sembra normale e convincente per combattere il male. In questa accezione il concetto di giustizia non definisce una virtù morale, ma una forma di violenza legittimata da uno Stato, una giustizia reo-centrica, che si occupa di punire il colpevole comminandogli una pena.

La vittima del reato, in tale “celebrazione” della giustizia, ha poca voce se non quella dell’essere testimone. Le vittime di reati i cui autori siano ignoti o non riconosciuti, non hanno neppure questa possibilità. Il reo, inoltre, ha il diritto al silenzio o addirittura a mentire. Ferma restando la necessità del diritto penale per qualsiasi società civile, numerosi studi, statistiche, testimonianze in letteratura scientifica, hanno dimostrato, da tempo, che non basta l’applicazione di una pena per assicurare giustizia. Le misure punitive, da sole, non sono in grado di trasformare i comportamenti dei rei o di creare una società più sicura. Punizione e carcere sono modelli dati per scontati, e certo in quei casi in cui la pericolosità sociale di un individuo è conclamata, sono strumenti di contenzione necessari, ma per tutti quegli altri casi, che sono la stragrande maggioranza, tali strumenti non solo non si sono dimostrati utili ma hanno contribuito ad aumentare le ingiustizie. Punizione e carcere sono dunque gli unici sistemi per fare giustizia? Esistono soluzioni complementari o alternative?

La giustizia riparativa / Restorative justice

C’è una strada che sfida le nostre idee secolarmente prestabilite sul modo in cui individui e società possono far fronte alla violenza e al conflitto. Questa strada si chiama giustizia riparativa o restorative justice. Essa si articola in un sistema definito di pratiche che afferiscono a diversi ambiti, non solo quello penal-processuale. È una strada che prevede un saper fare umanistico e che non è appannaggio solo di avvocati e giudici, ma, anzi, richiede, per il suo agire ottimale, più attori, tra cui la figura del mediatore. Il fine della giustizia riparativa è far incontrare vittime e trasgressori (sia diretti che indiretti) in uno spazio altro dall’aula di un tribunale o dallo studio di un avvocato. Il reo viene aiutato a sviluppare empatia nei confronti della vittima specifica o non specifica e, più in generale, a comprendere il danno che ha causato. Le vittime, troppo spesso voci dimenticate e abbandonate, vengono ascoltate nella loro sofferenza, così che possano intraprendere un cammino di comprensione e, nel caso, di compassione. Focalizzare l’attenzione solo sul trasgressore, infatti, fa sì che si ignorino i reali bisogni delle vittime che non possono esprimere i propri sentimenti.

La giustizia riparativa è un nuovo paradigma, una pratica che sta vivendo una continua evoluzione nelle sue modalità e nella definizione teorica. Raccomandata dalle Nazioni Unite fin dal 2002, come afferma la mediatrice penale Claudia Mazzucato, è una proposta “scandalosa”, perché chiede di stare insieme nel luogo dove c’è maggiore separazione. È un cammino incerto e faticoso, poiché richiede di impegnarsi in prima persona, in modo attivo, affrontando un conflitto. È però una giustizia che guarda al futuro e che non si cristallizza nel momento della commissione del reato.

La giustizia penale stabilisce l’entità della punizione, quella Riparativa non può essere quantificata. La “riparazione” è un riconoscimento di responsabilità che ha che fare con le parole; è un gesto simbolico che crea nuovi legami. Se riuscita, può restituire dignità alle vittime a partire da un semplice “chiedere scusa”, per arrivare a una consapevolezza più profonda del male subìto o agìto. La “riparazione simbolica” aiuta le vittime a elaborare il “senso di colpa”, a evitare una “vittimizzazione secondaria”. E, inoltre, fa sì che chi ha commesso il torto o il reato abbia piena consapevolezza del danno causato attraverso un percorso di auto-responsabilizzazione. Alla base c’è la convinzione che il reato (dal più al meno grave) non sia solo la violazione di una norma giuridica, ma anche una violazione delle persone e delle relazioni interpersonali e che il male commesso provochi un perturbamento non solo a livello individuale ma anche sociale, lavorativo, familiare.

 

La giustizia riparativa, sia ben chiaro, non sostituisce il diritto penale, che è la base di qualsiasi giustizia umana, ma è complementare ad esso. Nella sua forma più allargata, che è la mediazione umanistica, la giustizia riparativa previene la violenza e il conflitto, consentendo di evitare di ricorrere esclusivamente agli strumenti penali. È un modello che si applica agli ambiti sociali più diversi: Scuola, Famiglia, Ospedali, Uffici Pubblici, ovunque vi sia un conflitto in atto che non necessariamente deve sfociare in un procedimento penale. Non è certo una strada semplice e richiede due qualità esistenziali che sono purtroppo poco praticate nella società odierna: la fiducia, il tempo, la perseveranza.

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